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Sicurezza alimentare
Agli italiani piace il mango made in Sicily. I produttori vedono il business

di Claudio Monfalcone

I consumatori italiani ed europei vogliono sempre più mango. Questo aumento dei consumi di questo frutto subtropicale in Italia e in Europa, ha convinto l’Istat – a febbraio 2018 – a inserirlo nell’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo. Siamo davanti ad un’evoluzione nelle abitudini di spesa degli italiani. Tutto questo ha portato gli agricoltori siciliani ad investire sulla coltivazione del mango, anche come alternativa credibile alle tradizionali colture ormai in crisi. L’aumento delle superfici investite a mango made in Sicily, rappresenta una vera e propria nuova frontiera dell’agroalimentare siciliano. Negli ultimi anni infatti il cambiamento climatico e l’innalzamento della temperatura hanno favorito la “naturalizzazione” di questa pianta.

Oltre il 60% di italiani acquisterebbero manghi siciliani invece che stranieri, se li avessero a disposizione. E il 70% dei consumatori, sarebbe disposto a riconoscerne il maggior valore, tenuto conto delle maggiori garanzie in termini di sicurezza alimentare (con peculiare riguardo ai residui di pesticidi, qualità e freschezza, impatto sociale). La preferenza per il tropical di casa nostra si spiega anche con la minore distanza delle coltivazioni dai luoghi di consumo e la raccolta dei frutti in fase più prossima alla maturazione naturale. Il mango made in Sicily presenta degli aspetti che lo rendono unico. Per prima cosa il nostro prodotto si affaccia al mercato europeo in un periodo in contro tendenza rispetto a quello della concorrenza internazionale, creando così un’importante opportunità commerciale.

Inoltre, si riescono ad ottenere elevate qualità organolettiche, date sia dall’ambiente che dalle tecniche di coltivazione e raccolta. Basta pensare che in Sicilia si raccolgono i frutti in fase molto avanzata di maturazione quando il prodotto ha già raggiunto i 16-18 gradi brix, rispetto alla concorrenza che raccoglie anticipatamente quando il prodotto ha 7-8 gradi brix (utile per esigenze commerciali e di trasporto). I presupposti commerciali di questo prodotto sono pertanto importanti ed anche gli areali di produzione sono stati nel tempo esplorati. La fascia costiera palermitana e messinese rappresenta l’areale di maggiore elezione. I primi studi su questa pianta esotica in Sicilia hanno origine negli anni ’80, grazie al lavoro del professore Calabrese dell’Università degli studi di Palermo.

E’ però dagli inizi degli anni 2000 che si cominciano a vedere i primi impianti industriali presso Caronia nel Messinese. Da qui è stato possibile in Sicilia coltivare le varietà più promettenti innestandole su Gomera 3, un portinnesto affermato in tutto il mondo. Negli ultimi anni anche nella fascia costiera palermitana (Terrasini Balestrate Trappeto) da semplice ipotesi di studio si è passati alla vera fase di produzione con importanti esempi di giovani produttori che hanno investito su questa promettente coltura. Ma poco o nulla si era sperimentato ad est di Palermo, in quella che forse, anzi sicuramente, era il cuore della limonicoltura, ovvero la nota Conca d’oro. Altitudine e vicinanza al mare, giacitura e condizioni pedoclimatiche dei terreni e l’acqua della diga Rosamarina sono invece caratteristiche essenziali per poter pensare che Bagheria possa diventare terra di elezione anche di questo frutto subtropicale.

Ed invece qualcosa si muove anche a Bagheria (Palermo) che da decenni non riesce né a reinvestire seriamente sul limone nè si avventura su nuovi percorsi, come se avesse dimenticato o ancora peggio come se avesse perso quelle peculiari qualità imprenditoriali e commerciali che l’hanno resa famosa in tutto il mondo.

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